martedì 10 febbraio 2009

For Whom The Bell Tolls

Cos'ho imparato oggi?

La domanda suona vuota, in questi giorni di lutto e ipocrisia non ho imparato nulla. Nulla che avrei voluto imparare.

Ho imparato che la bassezza umana non ha limiti. Ho imparato che una vita vale meno della politica, meno dei suoi desideri, meno delle trasmissioni tv di Bruno Vespa.

Credo che il lutto sia una cosa privata, un lento dolersi, un piangere infinito. Credo che il lutto per un figlio sia la cosa più straziante che un genitore possa provare. E riderà, sembrerà razionalista, forse potremo trovarlo un mostro ma dentro è morto il giorno che è morto suo figlio.

Chi resta continua a camminare, scrivere, prova emozioni. Ci sembrerà orribile, ci sembrerà ateo, spregevole, senza cuore. Ma chi resta muore. Chi resta muore. Muore ogni giorno, muore quando va in banca, muore quando parla con la gente, muore dal parrucchiere, muore quando si vede allo specchio.

Loro, i morti, ci lasciano soli, perchè non sappiamo se è certo il loro conforto nell'ipotetico e serafico Acheronte, non sappiamo se si decompongono spiritualmente, se la loro anima è in volo o se tutto è destinato a sciogliersi.

Chi resta dovrebbe poter pensare, fare la sua silenziosa shiva'ah, non entrare in circoli mediatici, non essere bersagliato per le sue scelte. Perchè l'uomo straziato dal lutto è un facile bersaglio. Le sue scelte sono sbagliate. Sono goffe. Sono un goffo tentativo di rimanere vivo.

Non si piangono i vivi, ora forse avranno un po' di pace.

Adesso ci vorrebbe un po' di silenzio. Il silenzio del lutto, il silenzio che la morte pretende. Un silenzio sobrio di cui ormai solo gli animali sembrano capaci.
Parlare è una violenza. E' una violenza per chi resta, per chi vive quella morte quotidiana. E' una violenza per chi ci ha lasciato, è un insulto al suo ricordo quel vociare pettegolo delle comari televisive.

Ieri è morto qualcuno.

Per chi suona la campana?

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